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Storia

La toscanità semplice, elegante, minimalista della Locanda della Ribollita ha, come tutto quello che ci circonda, una storia. Si è chiamata prima il Pino poi la Querce (si trova a Querce al Pino) ed ha infine trovato un nome non legato al toponimo, ma alla tradizione culinaria del luogo.

Il Pino nacque alla fine degli anni 50 mentre moriva la mezzadria e l'Italia costruiva il suo futuro con infrastrutture che la trasformavano da vecchio paese agricolo a moderna potenza industriale. Un podere abitato da una famiglia, che faceva fatica a produrre reddito sufficiente a remunerare il lavoro degli addetti ed il capitale del proprietario, fu trasformato ne Il Pino. L'occasione fu data dai cantieri che si aprirono per la costruzione dell'autostrada del sole. Il previsto andirivieni di operai addetti alle varie fasi di costruzione spinsero la proprietà, Alessandro Bonci Casuccini, e la famiglia di che vi risiedeva, i Vannuzzi, al gran passo.

La proprietà avrebbe garantito gli investimenti, i Vannuzzi si sarebbero trasformati in osti, offrendo la loro cultura, le donne in cucina, gli uomini in sala. Fu un successo, i Vannuzzi ed il Pino crebbero rapidamente. I Vannuzzi diventarono imprenditori e costruirono una nuova struttura più moderna in cui proseguire la loro attività.

D'accordo con la proprietà si portarono dietro il nome ed Il Pino si chiamò la Querce. Poco cambiò; 15 stanze con due bagni e una cucina semplice ed abbondante. La clientela rimase la stessa, camionisti e rappresentanti minori. Il mondo cambiava e alla metà degli anni 90 si impose una ristrutturazione profonda. Le camere ebbero tutte un bagno ed il ristorante continuò ad enfatizzare la toscanità ma con più raffinattezza e ma con più attenzione alla ricerca della qualità. La Ribollita sembrò una sintesi che sottolineava il cambiamento. Un nuovo nome, un nuovo locale, un nuovo, più accattivante look.

L'edificio che ospita la Locanda della Ribollita è un podere costruito dal padre di Alessandro Bonci Casuccini, Emilio, tra le due guerre. Uomo di cultura, capace amministratore dei suoi beni, Emilio si dedicava a studi di latino, di greco, di etruscologia. L'area chiusina era stata culla di un fiorentissimo, il più importante in Italia, insediamento etrusco.

Emilio scavò tombe con successo, scrisse libri sull'argomento, fondò un suo museo. Aveva un patrimonio importante che gli veniva dal padre Pietro. Anche lui fu un uomo di cultura ma in un settore totalmente diverso. Frequentò con successo facoltà di matematica a Pisa e nelle more combattè da studente, ma anche da soldato e patriota a Curtatone e Montanara, battaglie basilari alla costruzione dell'unità d'Italia.

Pietro era figlio di Francesco. Quest'ultimo studiò medicina, ma i beni familiari gli consentirono di praticarla poco; si dedicò totalmente alla musica. Dovette raggiungere livelli di prestigio se Haydn intrattenne con lui un carteggio su un'opera che aveva musicato e di cui gli esistono spartiti. Ma è il padre di Francesco, un altro Pietro, su cui la famiglia ingigantì le proprie fortune.

Pietro, cui in famiglia si fa riferimento come Pietro il Grande, fu un personaggio straordinario. Partito con l'esigua fortuna di un piccolo notabile di Chiusi svolge attività frenetica. Cominciò con il cavalcare un'avveniristica visione del granduca di Toscana, Pietro Leopoldo, che consentiva a chiunque bonificasse terreni acquitrini di acquisirne la proprietà.

C'erano localmente molti terreni viciniori ai laghi di Chiusi e di Montepulciano e le superfici su cui intervenire erano ampie e potenzialmente assai fertili. Nel corso di quelle opere di bonifica si imbattè in numerosissime e mai prima visitate tombe etrusche. I reperti che ne emersero costituirono una collezione dalle dimensioni imponenti tali da imporgli di costruire un grande edificio che le contenesse. Si imbattè nelle fonti della cosiddetta acqua santa di Chianciano.

Le regimò e ne fece successivamente dono al granduca ottenendo credibilità sufficiente per avere l'appalto di importanti e numerosi lavori pubblici nell'area. Per tutti citerò la costruzione della strada che tuttora congiunge Sarteano con Chianciano. Quando morì era ricco e rispettato e lasciò ai figli, come risulta dal suo testamento, oltre 6.000 ettari di terreni agricoli. Alla famiglia ne restano oggi 400.
Su uno di questi insiste la Locanda della Ribollita.
Amatela per la sua grazia e per la storia che rappresenta e sintetizza.